Autori: Davide Viggiano (1,3), Michelangelo Nigro (2), Giovanni Capasso (3), Giuseppe Gigliotti (2), Vincenzo Ragone (2), Pierluigi D’angio’ (2), Tiziana Trabace (3), Annamaria Di Palma (4), Michele Rossini (4), Loreto Gesualdo (4)
Affiliazioni: (1) Dip Medicina e Scienze per la salute, Univ. del Molise; (2) UOC di Nefrologia e dialisi, Ospedale di Eboli “Maria SS Addolorata”; (3) Dip. Scienze Cardiotoraciche, Seconda Univ. di Napoli; (4) Dip. di Emergenza e trapianti d’organo, Unità di Nefrologia, Univ. di Bari “Aldo Moro”
Introduzione
Nel 1776 Scheele scoprì che tutti i calcoli renali da lui esaminati contenevano una sostanza a cui Morveau diede il nome di Acido Litico. Foucroy concordò che era improprio il termine ‘litico’ e diede infine il nome di ‘acido urico’, ancora oggi adottato (Thomson 1858). Nel plasma l’acido urico assolve l’importante ruolo quale potente antiossidante (parzialmente sostituendo l’acido ascorbico), media l’omeostasi della pressione arteriosa ed ha effetto neuroprotettivo, particolarmente sui neuroni dopaminergici. Tuttavia, poiché nell’uomo il meccanismo principale di regolazione della uricemia è dato dal rene, è inevitabile che i livelli di acido urico aumentano in presenza di danno renale. L’obiettivo di questo studio è di identificare quali dati morofologici quantitativi correlano maggiormente con i livelli di acido urico sierico, e di comparare tali risultati con markers classici di danno renale come l’urea, la creatinina sierica e il GFR stimato (eGFR). A tale scopo abbiamo studiato quantitativamente le immagini di intere biopsie (whole slide imaging) di pazienti con malattia renale cronica.
Materiali e metodi
Tipo di studio: retrospettivo, osservazionale, cross-sectional. Fonte dei dati clinici e immunopatologici: (i) Unità di UOC di Nefrologia e dialisi, Ospedale di Eboli “Maria SS Addolorata”; (ii) Dip. di Emergenza e trapianti d’organo, Unità di Nefrologia, Univ. di Bari “Aldo Moro” durante il periodo 2015-2016. Soggetti: 113 pazienti sottoposti a biopsia renale per proteinuria e/o aumento della creatininemia e/o ematuria. Le diagnosi istologiche erano: glomerulosclerosi focale e segmentale (20%), nefropatia da IgA (14%), nefropatia diabetica (14%), nefropatia membranosa (14%), nefropatia ipertensiva (12%). Parametri clinici considerati: età, sesso, peso, creatininemia, eGFR, azotemia, uricemia. Acquisizione vetrini: Aperio CS2 scanner (Leica) tecnologia whole slide image (WSI) ad alta risoluzione (0.8pixel per micron). Software per analisi immagini: ImageJ. Mediante tale software sono stati quantificati numero totale di glomeruli e numero di glomeruli scleroialini.
Risultati
In accordo con precedenti osservazioni, i livelli di acido urico sono correlati al GFR stimato con formula CKD-EPI.

Tuttavia, mentre il GFR stimato non è in grado di descrivere adeguatamente la percentuale di glomeruli scleroialini, l’acido urico è un ottimo predittore clinico di tale dato istologico. I risultati hanno mostrato che i livelli di acido urico sierico correlano con la percentuale di glomeruli sclero-ialini (Pearson coefficient=0.4; p=0.01), ma non con altre caratteristiche morfologiche. I livelli di urea non correlano con alcun parametro morfologico preso in considerazione. Il eGFR mostra una debole ma significativa correlazione con la densità di glomeruli (Pearson coefficient 0.3, p= 0.03), ma non con la percentuale di glomeruli sclero-ialini.

Discussione
Il principale risultato del presente studio è che il GFR stimato (eGFR) non è un buon predittore del numero di glomeruli funzionanti nel rene. Tuttavia, i dati presenti suggeriscono l’uso dell’acido urico come predittore del danno glomerulare.
Sin dalla introduzione della biopsia percutanea da parte di Iversen e Brun nel 1951, è nota una generale dissociazione fra i dati ematochimici e i dati istopatologici relativi al rene: lesioni glomerulari avanzate possono essere accompagnate da una scarsità di alterazioni cliniche con minime modifiche dell’eGFR, e, di converso, importanti alterazioni cliniche (come proteinuria abbondante) possono essere accompagnati da scarsi ritrovati istologici (come nella patologia a lesioni minime). La divergenza clinico-morfologica potrebbe sottolineare una scarsa capacità dei test clinici/ematologici a identificare il danno renale oppure potrebbe dipendere da una metodologia ancora non soddisfacente di quantificazione del danno renale.
In un precedente studio, abbiamo rilevato come l’uso di nuovi parametri morfologici quantitativi, quale la dimensione frattale dei lume tubulare, sono meglio correlati a dati clinici.
Nel presente studio, viene ribaltata la prospettiva e si evidenzia che un parametro ematochimico, l’acido urico, ha una discreta capacità di descrivere il danno renale.
È noto che la malattia renale cronica si accompagna ad un innalzamento dei livelli di acido urico. Il presente studio suggerisce che tale parametro ematochimico è addirittura migliore rispetto alla creatinina ed al eGFR per descrivere la presenza di danno renale.
Pertanto, suggeriamo lo studio routinario dell’acido urico, piuttosto che della creatinina, per verificare l’andamento della patologia renale e/o la sua risposta a terapia medica.
Bibliografia:
Thomson, T. Chemistry of Animal Bodies. Edinburgh: 1858. p. 31
Nigro M, Viggiano D, Ragone V, Trabace T, di Palma A, Rossini M, Capasso G, Gesualdo L, Gigliotti G. A cross sectional study on the relationship between clinical data and quantitative histological indices from kidney biopses in different glomerular diseases
