Autori: P.Fabbrini, I.Kalikatzaros, F. Radice, F. Rossi, G. Tulone, M.R. Viganò, F.Pieruzzi
Affiliazioni: (1) CLINICA NEFROLOGICA AO SAN GERARDO MONZA (2) DIPARTIMENTO DI MEDICINA UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI MILANO BICOCCA
INTRODUZIONE: L’AKI rappresenta una complicanza comune nei pazienti in area critica, ma probabilmente altrettanto frequente per livelli assistenziali di minore intensità. L’entità di questo fenomeno non è però precisamente nota e risulta difficile quantificarne l’impatto sulla attività nefrologica e sull’outcome del paziente.
SCOPO: Lo scopo primario di questo studio è stato quindi quello di valutare, in un grande ospedale universitario, quale peso hanno le richieste di valutazione per AKI in area non critica sulla attività nefrologica, e secondariamente valutare l’outcome della AKI in questa tipologia di pazienti.
METODI: sono state raccolte e retrospettivamente analizzate tutte le richieste di consulenza nefrologica ricevute dai reparti di area non critica dal 1 dicembre 2016 al 30 aprile 2017 (150 giorni) dalla Nefrologia dell’AO San Gerardo di Monza (figura 1). Per ogni paziente sono state valutate le motivazioni della visita riportate nella richiesta ed è stata verificata la presenza o meno di un evento di AKI in accordo con le definizioni KDIGO 2012. Venivano esclusi quei pazienti che provenivano dall’area ematologica pediatrica, e quelli che avevano anche solo transitato in area critica (Terapia Intensiva, Unità coronarica), oltre a tutti quei pazienti affetti da IRC avanzata (stadio IV e V) con deterioramento rapido della funzione renale. Sono stati quindi identificati due gruppi di pazienti (AKI e NO-AKI) e per ognuno di essi sono stati misurati i comuni parametri demografici, il numero di visite richieste, il numero di trasferimenti necessari in area nefrologica, la durata dei ricoveri, il numero di nuovi pazienti presi poi in carico in ambulatorio nefrologico. Dal punto di vista clinico sono stati registrati il valore di creatinina basale, il valore di creatinina al termine dell’episodio di AKI e gli stadi di AKI raggiunti durante la degenza. Il confronto tra il gruppo AKI e NO-AKI è stato eseguito con test di Mann-Whitney e veniva considerato positivo un valore di p<0,05. Veniva poi calcolato l’impatto lavorativo dell’AKI, attribuendo 30 minuti ad ogni consulenza eseguita, 30 minuti per ogni visita ambulatoriale post dimissione e 1 ora per ogni trasferimento eseguito in area nefrologica. Le ore di impegno totali venivano poi divise per il numero di giorni lavorativi per ottenere un approssimativo carico di lavoro.

RISULTATI: Il numero totale di pazienti valutati in 150 giorni è stato di 160 per un totale di 246 visite in area non critica. Dopo la selezione dei pazienti secondo i criteri sopra riportati, abbiamo analizzato 129 pazienti, per un totale di 180 valutazioni. I pazienti affetti da AKI (n 72) sono stati valutati 115 volte contro le 65 volte dei pazienti NO-AKI (n 57), con una media visite per AKI significativamente maggiore (figura 2). I due gruppi (tabella 1) non differivano per età e per durata dei ricoveri (seppur quest’ultima risultasse maggiore nel gruppo AKI), erano invece significativamente di più i pazienti AKI per cui veniva previsto un follow up ambulatoriale rispetto ai NO-AKI, mentre non raggiungeva la significatività la differenza nel numero dei trasferimenti in area nefrologica tra i due gruppi.

Dei 72 pazienti affetti da AKI 26 erano classificati come AKI 1, 19 come AKI 2, 21 come AKI 3 (figura 3), la durata media dei ricoveri nei tre gruppi aumentava progressivamente al crescere della gravità dell’AKI, ma non si raggiungeva una variazione significativa dal punto di vista statistico (20,3, vs 21,5 e 23,3 per ogni grado di AKI). La media della creatinina plasmatica basale era di 1,63 mg/dl (0,6-3) con un deterioramento medio fino a 3,9 mg/dl (1,2-11,9) e rimaneva significativamente alterata anche al momento della dimissione pcreat 2,3 mg/dl (0,6-7). Nel gruppo AKI, tre pazienti sono andati in contro a dialisi che in due casi è stata interrotta per sufficiente recupero della funzione renale.
Considerando il numero totali di valutazioni, di ricoveri eseguiti e di follow up ambulatoriali si è potuto calcolare un impegno medio di almeno 4 ore settimanali per la sola AKI in area non critica con gli ampi criteri di esclusione prima menzionati (figura 4).

CONCLUSIONI: l’AKI in area non critica rappresenta una entità considerevole in termini di incidenza e l’outcome ad esso associata sembra essere negativo così come ampiamente descritto per i pazienti delle terapie intensive. Una stima approssimativa e calcolata per difetto, indicherebbe in un caso al giorno l’incidenza e almeno 4 ore di lavoro settimanali da aggiungere all’attività assai più ampia per la cura dell’AKI in area critica. Una estensione di questa raccolta dati e un follow up più prolungato sono necessari per confermare tali dati e misurare la progressione di questi pazienti.
Bibliografia:
